I racconti del Faro – Pino Marasco

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La bambina delle lucciole


09-marasco“Quest’estate andremo in vacanza in Sicilia” annunciò papà al ritorno dal lavoro e aggiunse:”Ti farò conoscere nonno ‘Ntoni. Vive a Cefalù, un piccolo paese di pescatori”.
 Qualche giorno dopo partimmo,di notte, con l’auto colma di bagagli.
Papà guidava in penombra. Il cruscotto, illuminato da tante luci colorate, sembrava la plancia di comando di un’astronave. Immaginavo di viaggiare insieme con i miei nello spazio buio dell’universo, guidati da un navigatore satellitare che ci indicava la strada con una voce metallica:  “Proseguire per 1.231 chilometri sull’Autostrada del Sole”.
Quando poi dei fasci di luce ci colpivano in pieno volto, ero certa di essere nel bel mezzo di una battaglia spaziale, combattuta con armi laser, ma …
“Chiudi gli occhi e cerca di dormire! Il viaggio è lungo”.
“Uffa! Papà m’interrompe sempre sul più bello…”
Poggiai la testa sulla borsa che mi stava di fianco, come su un duro cuscino e allungai le gambe. Dietro i sedili, che facevano da scudo alle luci abbaglianti, mi sentivo al sicuro e mi addormentai.
“Lucia, Lucia”mi chiamò mamma, scuotendomi.“Svegliati, siamo arrivati”.
Mi alzai con un grande sbadiglio, mi stiracchiai, mi stropicciai gli occhi e vidi accanto a papà un vecchietto, con i capelli bianchi, la barba incolta e due occhi azzurri come il mare.
“Quello è nonno ‘Ntoni” disse la mamma, indicandolo.
Lui, parlottando con papà, si avvicinò, mi prese tra le braccia e, stringendomi forte al petto, disse: “La mia carusa!”- ma immediatamente si corresse – “La mia nipotina Lucia!”
Subito dopo ci invitò a fare colazione. Aveva comprato i cannoli con la ricotta, un dolce che piaceva tanto a papà.
Poi scendemmo in spiaggia. “Voglio fare una lunga nuotata e poi addormentarmi all’ombra della barca” disse papà.
A “Marina Vecchia” scoprii che la barca del nonno aveva un nome.
Era fatta di legno. Tutti la chiamavano “U guozzu”, ma nonno ‘Ntoni l’aveva chiamata “Rosalia”, come fosse una persona a cui era molto affezionato.
“Da poco l’ho dipinta” mi disse.
“Perché l’hai colorata di azzurro e di bianco?”
“Noi pescatori il mare lo rispettiamo; come una madre lo rispettiamo. Per questo Rosalia l’ho vestita di azzurro, del colore  del mare, con merletti bianchi come la sua schiuma. Vieni, ti porto a fare un giro in barca”.
Mi fece sedere a prua e lui remava a poppa con un ritmo lento e regolare.
“Vedi la rupe che sovrasta Cefalù? Alcuni dicono che somigli ad una grande testa, la testa di un gigante; e vedi, più giù, quel faro? Un tempo, si accendeva e guidava verso casa i pescatori nelle notti di
tempesta, era un segnale che indicava la via di approdo nel mare senza strade. Adesso è spento, usano altre diavolerie”, aggiunse aggrottando le ciglia e il suo volto diventò una maschera triste.
Poi, come un mago, allungò la mano in un angolo nascosto della barca e ne fece uscire una grossa conchiglia.
“Sai cos’è?” mi domandò.
“Mi credi una stupida?”
“Ti svelerò un segreto. In alcune conchiglie il mare conserva la sua voce, come in piccoli musei”.
Mise in barca i remi e mi accostò ad un orecchio la conchiglia.
“E’ vero, sento il mare!“ esclamai.
“Stasera, prima di cenare, ti porterò a vedere una raccolta di conchiglie al palazzo del barone Piraino di Mandralisca”.
Era proprio simpatico mio nonno, trasformava tutto quello che faceva in qualcosa di favoloso, proprio come piaceva a me.
Andammo per una viuzza interna, delimitata da un muro di pietre. Fu lì che vedemmo dei puntini di luce intermittente, che si muovevano nella penombra della sera e il nonno si mise inaspettatamente a recitare:
“Lucciola, lucciola vieni da me,
ti darò il pan del re,
pan del re e della regina,
lucciola,  lucciola  vieni vicina“.
Ne catturò una nel pugno, poi lo schiuse lentamente per mostrarmela.
“Ooh!” esclamai.
Era un animaletto con la coda luminosa, che vedevo per la prima volta. Provai anch’io a catturarne qualcuno, ma non ci riuscii. Ritornammo a casa per la cena in ritardo.
“Tutta colpa delle lucciole!“ si giustificò il nonno.
I grandi parlano tanto a tavola e poi ridono, ridono, ridono e non smettono mai di mangiare.
Annoiata, io pensavo ancora alle lucciole e alla tristezza di nonno ‘Ntoni quando mi parlò del faro spento, come l’occhio accecato di un ciclope.
Ero presa da questi pensieri quando sentii pronunciare il mio nome.
“Lucia dormirà nella stanzetta…”
“Da sola?” – chiesi preoccupata.
“Non devi avere paura – rispose il nonno – non sarai sola!”
La mamma mi accompagnò nella stanza, mi mise a letto e andò via.
Ero delusa e piena di rabbia: nella stanzetta non c’era nessuno.
“Anche nonno ‘Ntoni, come tutti i grandi, dice bugie e mi prende in giro”, dissi tra me.
Ma, tutto ad un tratto, sentii aprire la porta e la voce del nonno che recitava:
“Lucciola, lucciola vieni da me,
ti darò il pan del re,
pan del re e della regina,
lucciola,  lucciola  vieni vicina”.
Aveva in mano un barattolo di vetro con dentro tante lucciole.
“La loro luce ti terrà compagnia, ti guiderà nel buio della notte e ti accompagnerà nel sonno”, mi disse e andò via.
Restai incantata a guardare quelle lucine volanti che si accendevano e spegnevano a intermittenza, come quelle dell’albero di Natale. Ammirando quella danza di luce, pian piano chiusi gli occhi.
Sognai di essere la bambina delle lucciole e di avere gli stessi poteri del Pifferaio magico.
Percorrevo le viuzze di Cefalù cantando la filastrocca del nonno e magicamente le lucciole mi seguivano. Avevo dietro di me due scie di luce che sembravano le ali scintillanti di una fatina.
Poi, pensando al nonno e alla sua tristezza, mi avviai verso il faro e le lucciole mi seguivano. Salii le scale della torre e loro dietro. Entrai nella lanterna che sembrava un grande barattolo di vetro e, come d’incanto, il faro si riempì di luce.
 Immaginai il nonno, ancora sveglio, affacciato alla finestra che vedeva ancora una volta il faro di Cefalù illuminato, illuminato da una miriade di lucciole.
Com’ero riposata la mattina quando mi svegliai!
A colazione la mamma mi ricordò: “Portati al mare il libro delle vacanze!”.
“Uffa, ancora esercizi!”
Lessi “Divisione sillabica: dividi in sillabe 10 parole”.
“Adesso faccio la furba:divido in sillabe parole semplici”.
Ma-re; so-le; blu…
Poi provai con Cefalù e scrissi:
CE-FA-LU’,e mi accorsi che spostando una sillaba ottenevo
FA-LU-CE
Pensai al faro, all’occhio del ciclope, alle lucciole ed esclamai:
“Veramente magica questa vacanza!”.
Pino Marasco

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