Fuori concorso


Mù e il faro


04-coronaNel piccolo borgo di pescatori di Gentallegra ogni pomeriggio, durante il periodo estivo, proprio appena il sole iniziava ad avvicinarsi al mare, era possibile vedere quattro figure dirigersi senza fretta verso la scogliera. Erano il vecchio pescatore, ormai in pensione, Felipe, il suo cane Mollalosso, anche lui in età da pensione e un gatto sornione che tutti chiamavano Rubalisca, poiché era solito attendere le barche dei pescatori al porto, tutte le mattine, per sgraffignare qualche pesce. Davanti a tutti trotterellava Toto, il nipotino di Felipe, uno scavezzacollo di sette anni che in estate, ogni giorno, attendeva ansiosamente quel momento.
I quattro – con grande puntualità – si ritrovavano davanti la scogliera proprio mentre il sole quasi toccava l’acqua, diventando un enorme disco tutto rosso e tremolante.
Felipe, allora, si sedeva su uno scoglio e Toto prendeva posto accanto a lui, mentre Mollalosso e Rubalisca, dopo una breve baruffa, si accovacciavano ai loro piedi. Immancabilmente, come fosse un copione già scritto, Felipe iniziava a guardare il mare, forse ripensando ad una vita trascorsa in mezzo ai flutti. E, altrettanto immancabilmente, Toto gli chiedeva:
«E allora nonno? Cosa mi racconti oggi?»
«Oh, no, Toto… Oggi non mi va davvero di raccontarti nulla»
«Suvvia, nonnino… Non farti pregare!»
E infatti  Felipe non si faceva pregare per raccontare le sue storie a Toto. Non si faceva pregare mai.

Mù e il Faro

«Oggi, bambino mio, ti racconterò la storia di Mù…»
«Mù? Chi è Mù?»
«Mù è una stella. Se siamo fortunati, quando avrò finito di raccontarti questa storia, riusciremo a vederla… Di solito è la prima a comparire nel cielo della sera… Ma prima, dimmi, cosa vedi proprio lì, poco prima di Punta Disdetta?»
«I gabbiani. E anche le onde che si infrangono sugli scogli…»
«E appena un po’ più su, cosa vedi?»
«Ma lì c’è il Faro! Il faro sempre acceso di Punta Disdetta, lo conoscono tutti»
«Ecco, bambino mio. Guardalo. Così grande e imponente. Anche elegante, con la sua casacca a righe bianche e rosse… Ecco, oggi ti racconterò del Faro di Punta Disdetta e della stella che si innamorò di lui…»
Molti anni fa, quando ancora il Faro non c’era, il Borgo di Gentallegra si trovò davanti ad una bella gatta da pelare: Punta Disdetta. È sempre stato un luogo in cui le forti correnti marine e i venti impetuosi complottavano contro le indifese barche dei poveri pescatori che, tornando stanchi e molto spesso di notte, si ritrovavano sbattuti con violenza sugli scogli, naufragando.
Ecco perché Punta Disdetta fu chiamata così.
Allora gli abitanti di Gentallegra si riunirono e decisero che si doveva trovare una soluzione. Da poco erano stati inventati i fari dotati di luce elettrica, immense lampade che, grazie a un sistema di specchi che ne amplificano la luminosità, sono visibili anche da molto lontano.
I Gentallegrani non ci pensarono due volte e ne fecero costruire uno dei più belli: proprio quello che stiamo guardando adesso. Alto, imponente, maestoso e con una bella livrea bianca e rossa. Ben presto divenne un punto di riferimento, anche per le imbarcazioni di passaggio, che non mancavano mai, quando incrociavano in queste acque, di salutarlo, rendendogli omaggio con un bel suono di sirena. Nessuno fece più naufragio a Punta Disdetta e il borgo di Gentallegra tornò a meritarsi il nome che portava.
La luce del Faro risplendeva chiara, brillante e forte, ma così forte che, ben presto, attirò addirittura l’attenzione delle stelle. Proprio così. Quelle affascinanti lucine, che compaiono nelle belle notti di cielo stellato, si chiedevano chi fosse il nuovo arrivato.
Una tra loro, in particolare, era tremendamente curiosa di conoscerlo: una stellina di nome AvrnKhokrnßMU, che però le sue sorelle, per comodità, chiamavano solo “Mù”.
Tutte le sere Mù si avvicinava al Faro.
Era sempre la prima: spesso compariva quando il sole non era ancora tramontato del tutto, e iniziava a danzare con grazia, compiendo bellissime evoluzioni nel cielo e sfoderando tutto il suo repertorio di sbrilluccichii, rifrazioni e luminescenze varie.
Ben presto, Mù si innamorò perdutamente di quel gigante luminoso, ma inutilmente. Il Faro era troppo tronfio e talmente fiero della sua importanza che a stento si accorse di Mù, nonostante la balena Gianni, un vecchio capodoglio che col Faro aveva stretto amicizia e aveva in simpatia Mù, lo avesse più volte avvertito che quella dolce stellina scendeva dal firmamento apposta per attirare la sua attenzione.
“Non posso distrarmi con queste sciocchezze, io. – replicava il Faro – Ho cose più importanti a cui pensare. Per esempio, la sicurezza della navigazione…”. Certo, non gli si poteva dar torto, ma il suo atteggiamento era antipatico, altezzoso…
E così, sera dopo sera, pur non stancandosi mai e non diminuendo l’amore che provava, Mù perdeva un po’ del suo bagliore e un po’ della sua giocosa spensieratezza.
Passarono molti anni e i fari divennero sempre meno indispensabili.
Moderni apparecchi elettronici, inventati nel frattempo, avevano reso facilissima la navigazione per mare, attraverso mappe elettroniche fornite dalle nuove stelle che si erano aggiunte al firmamento, ma che – però – non brillavano come Mù o le sue sorelle.
I satelliti, così si chiamavano quelle nuove stelle, servivano per inviare i segnali agli apparecchi elettronici di cui si erano dotate tutte le imbarcazioni, anche le più piccole.
Così, piano piano, né le grandi navi, né le barche da pesca al rientro a Gentallegra, salutavano il Faro con gli allegri suoni di sirena che tanto gli piacevano. Anzi: addirittura gli uomini che ne curavano la manutenzione, quasi si dimenticarono del Faro che, inesorabilmente, vide affievolire la propria luce quasi fino a spegnersi del tutto.
Nessuno, quasi, se ne accorse. Nessuno tranne Mù, che non aveva mai smesso di amare il Faro.
E così una sera venne giù dal cielo, volteggiò un paio di volte attorno a lui e poi, con una piroetta elegante, entro proprio nella sua sommità, nella stanza dove c’era la lampada, ormai ridotta a un lumicino.
Senza pensarci due volte, si tolse il suo abitino luminescente, rimanendo in calzamaglia quasi nera.
Quasi nera come il colore della notte senza stelle.
Appoggiò l’abitino sulla grande campana di vetro che conteneva la lampada e si accucciò in un angolo, infreddolita, indebolita e pronta ad addormentarsi per sempre. Una stella, senza il suo abitino luminescente non può sopravvivere.
Immediatamente la luce del Faro iniziò a tremolare e a ravvivarsi, fino a risplendere abbagliante, come e più di prima. Lì per lì il Faro non capì cosa stesse accadendo. Ma lo comprese ben presto. Lui era stato forse un po’ spocchioso, ma non era uno stupido.
Senza perder tempo, indirizzò i raggi della sua lampada verso Mù che riprese calore e guardò il Faro con occhi languidi e colmi di gratitudine.
“Puoi riprenderti il tuo abitino, piccola stellina. Sento che con la magia del tuo amore, potrò continuare a splendere per sempre…” disse.
Così Mù, indossò di nuovo il suo abitino luminescente, uscì dalla campana di vetro e, fatte un altro paio di piroette attorno al faro, volò via, per riprendere il suo posto nel firmamento, portando con sé tutto il suo amore e la sua ritrovata gioia.
“Dicono che quella notte una grandissima nave da crociera, stracarica di persone, che aveva le mappe elettroniche che non funzionavano, stesse puntando dritta dritta verso Punta Disdetta e – quindi – verso un naufragio praticamente certo. E dicono pure che solo l’improvvisa riaccensione del faro abbia salvato la nave e le tante persone che erano a bordo… Sinceramente non so se questo sia vero, Toto. Ma quello che ti ho raccontato prima, a proposito di Mù, di certo lo è.
Vincenzo Corona

 Torna su